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Usa, Cuba, Venezuela: con Obama il disgelo è possibile

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Usa, Cuba, Venezuela: con Obama il disgelo è possibile

Messaggio Da arcoiris il Mer 23 Gen 2013 - 9:04

RUBRICA IL MONDO OGNI SETTIMANA Il presidente degli Stati Uniti nel suo secondo mandato può chiudere definitivamente la guerra fredda migliorando i rapporti con L'Avana. Anche Caracas, complice la malattia di Chávez, cerca un'intesa. I motivi e i possibili ostacoli della svolta.




Tradizionalmente per i presidenti degli Stati Uniti il secondo mandato è quello in cui, non dovendo fare calcoli in vista di un’ulteriore rielezione, si cerca di entrare nella storia.



Nel caso di Obama, il cui secondo mandato inizia domenica 20 gennaio, questo compito è un po’ più semplice, visto che lui nella storia c’è già entrato: come primo presidente afro-americano, come comandante in capo che ha ucciso bin Laden e riportato le truppe a casa dall’Iraq - e, con modalità ancora da definire, dall'Afghanistan. Naturalmente il giudizio storico su di lui non potrà non tener conto di se e come gli Usa usciranno dalla grande recessione. L'attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe entrare nella storia anche per un altro motivo legato alla politica estera: potrebbe essere infatti il primo presidente a normalizzare le relazioni con la Cuba comunista dei (o post) fratelli Castro e con il Venezuela di (o post) Hugo Chávez.


Già durante il suo primo mandato Obama aveva parlato della ricerca di “un nuovo inizio” nel rapporto con Cuba e aveva preso delle decisioni miranti ad allentare la tensione nei confronti di L'Avana, rendendo più facile ai cittadini statunitensi viaggiare verso l’isola e inviarvi dei soldi. A luglio dell’anno scorso, per la prima volta negli ultimi 50 anni, una nave (carica di aiuti umanitari) era salpata da Miami verso Cuba. Neanche Obama ha però revocato l’embargo che gli Usa mantengono nei confronti dell’isola dal 1962.




In questi anni anche Cuba, seppur molto lentamente, ha iniziato a cambiare. Non solo perchè Fidel Castro ha rinunciato a tutte le cariche esecutive, ma anche perchè suo fratello Raúl ha avviato un programma di riforme economiche. Il modello seguito è quello cinese o vietnamita: un graduale avvicinamento all'economia di mercato senza nessuna concessione in senso democratico.
Questa settimana è entrata in vigore una riforma migratoria che, abolendo la necessità di una lettera d’invito e del permesso del governo, dovrebbe rendere più facile uscire da Cuba anche per brevi periodi. La riforma interessa la minoranza di cubani che ha i soldi per pagarsi il passaporto e un biglietto aereo e non elimina naturalmente il problema del visto che richiedono i paesi di destinazione.



In ogni caso, essa può suggerire un cambio di rotta anche agli Stati Uniti: infatti uno dei capisaldi della politica nei confronti di L'Avana è il Cuban Regime Adjustment Act (Craa), che istituì nel 1966 un regime preferenziale nella concessione della residenza ai cubani che arrivano negli Usa. Questo regime preferenziale è stato giustificato in questi decenni proprio dalla presenza di una dittatura a un centinaio di miglia dalle coste della Florida. Ora che la dittatura liberalizza i viaggi la necessità del Craa viene meno.
La scelta di Cuba può incentivare gli Usa a ulteriori riflessioni sull’embargo: una mossa di politica estera che non solo non ha abbattuto il comunismo, ma ha aumentato le credenziali antimperialistiche di Castro e gli ha fornito una giustificazione per i problemi economici dell'isola.



Considerazioni di politica interna statunitense suggeriscono a loro volta una nuova politica. Come hanno dimostrato le elezioni di novembre, il voto dei cubano-americani non è più massicciamente e aprioristicamente a favore del candidato repubblicano. Le nuove generazioni hanno un’agenda meno improntata alla condanna ideologica e più favorevole al dialogo con l’isola. Obama non dovrà affrontare una nuova campagna elettorale, ma chi verrà dopo di lui si e tener conto dell'orientamento dei cubano-americani in uno Stato potenzialmente decisivo come la Florida può facilitare la vittoria.



Oltretutto il segretario di Stato per i prossimi 4 anni sarà John Kerry, le cui posizioni critiche nei confronti dell’embargo e di altre misure che lui stesso definisce “orwelliane” prese dagli Usa sull’isola sono note da tempo. Magari nel secondo mandato di Obama non si arriverà alla revoca dell’embargo stesso, stante la forte opposizione di repubblicani - e di alcuni democratici, compreso il prossimo capo della commissione di Politica estera del Senato Bob Menendez - e l'assenza di aperture da parte di Cuba sul piano dei diritti sociali e politici. È però più che possibile un’ulteriore distensione nei confronti del popolo cubano.



Il caso del Venezuela è parzialmente diverso. Gli Stati Uniti infatti sono il principale partner commerciale di Caracas, da cui acquistano buona parte del petrolio che importano. Le relazioni diplomatiche sono invece complicate. Certo non siamo ai minimi storici registrati durante la presidenza di George W. Bush, che era oggetto dei continui attacchi di Hugo Chávez anche per non aver condannato il tentato e fallito golpe ai suoi danni dell’aprile 2002; ciononostante dal 2010 i due paesi non hanno ambasciatori a gestire i rapporti bilaterali (se ne occupano gli incaricati d’affari, che sono di grado diplomatico inferiore). Per Chávez è stato più difficile attaccare Obama - anche perché questi nel suo primo mandato si è occupato molto poco di America Latina e di Venezuela in particolare - ma il disgelo non è mai stato completo.



In questi giorni, con il presidente venezuelano malato a Cuba, si è invece diffusa la notizia confermata da entrambe le parti di una serie di colloqui tra Washington e Caracas tesi a migliorare i rapporti, anzi a renderli “i migliori possibili”, nelle parole del vicepresidente venezuelano Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti sono già in buoni rapporti con l'opposizione, ma conta rilevare che, anche se l’avventura politica e forse terrena di Hugo Chávez stesse per volgere al termine, il fatto che lui stesso abbia autorizzato i contatti con gli Usa fa pensare che in ogni caso i due paesi potrebbero riaccreditare presto i rispettivi ambasciatori.





I destini di Cuba e Venezuela sono intrinsecamente legati: l'isola riceve da Caracas circa 100 mila barili di petrolio al giorno che la aiutano a far fronte alle necessità energetiche; il Venezuela è il primo partner commerciale - oltre che una sorta di nuova Unione Sovietica, per la generosità con cui dispensa sussidi - di L'Avana, che ricambia offrendo non solo medici e insegnanti, ma soprattutto patronage ideologico (completo di assistenza politica e dei servizi segreti) al socialismo del XXI secolo chavista. In questi giorni con Chávez in cura a Cuba non è esagerato affermare che la capitale politica del Venezuela si sia spostata sull'isola.



I due paesi inoltre sono a un momento di svolta per motivi simili: l’anzianità o la malattia dei loro leader e il calo del prezzo del petrolio, che limita le potenzialità finanziarie del Venezuela e suggerisce a Cuba di diversificare il portafoglio dei partner, per esempio guardando alla Cina. Ciò non rende ovviamente automatico il riavvicinamento agli Stati Uniti - l'antimperialismo d'altronde è uno dei pilastri della politica dei Castro e di Chávez - ma apre una possibilità.



Nel caso del Venezuela a Washington conviene continuare con la tipica strategia di Obama nei confronti dei governi non amici: mantenere i toni bassi e aspettare che il panorama politico a Caracas diventi più chiaro. Pur non essendo prioritaria per gli Usa, la distensione con il paese sudamericano potrebbe portare a una maggiore collaborazione di quest’ultimo su due temi che stanno molto a cuore agli Stati Uniti: la lotta al narcotraffico e l’allentamento dei legami con l’Iran, che da anni è uno dei principali alleati di Chávez.



Il caso cubano è naturalmente più complicato perchè non si tratta di dimenticarsi un decennio di battibecchi con un presidente ma di mettere una pietra sopra a un fondamento della politica estera statunitense dai tempi della guerra fredda: senza evidenti aperture sulle riforme politiche da parte dei fratelli Castro, non sarà possibile.



Si annunciano quattro anni interessanti nel rapporto tra Stati Uniti e America Latina.



Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 12 e il 18 gennaio 2013. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell'autore).

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