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La Politica monetaria del Venezuela..

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La Politica monetaria del Venezuela..

Messaggio Da mosquito il Mer 13 Feb 2013 - 2:17

un articolo realativo alla precedente svalutazione del 2010..ma cmq anche attuale alla luce della recente svalutazione del Bolivar di un 32 % con Chavez in pessime condizioni da cancro terminale all'habana..study

http://www.folliero.it/02_articoli_attilio_folliero/2010/2010_03_29_politica_monetaria_venezuela.htm

La
nuova politica monetaria del Venezuela
-Il bolívar, la
moneta venezuelana, fino all’inizio di gennaio (2010) era cambiato con il
dollaro ad un tasso fisso di 2,15 bolivares; ossia per comprare un dollaro erano
necessari 2,15 bolivares. Da cinque anni il tasso di cambio bolívar-dollaro non
veniva modificato. All’inizio di gennaio, il governo venezuelano ha introdotto
un cambiamento radicale, dopo mesi di dibattito se fosse più conveniente un
bolívar forte o un bolívar debole (e quindi svalutare) le autorità venezuelane
sono arrivate, di fatto, alla conclusione che era meglio adottare entrambe le
soluzioni. Nel caso venezuelano è improprio parlare di svaluitazione, ma è
necesario parlare di adeguamento, perchè in concreto si è adeguato il valore
della moneta nazionale alle differenti situazioni: una moneta forte per i
prodotti importati ed una moneta debole per le esportazioni. Prima di analizzare
il caso venezuelano, cerchiamo di spiegare quando conviene una moneta forte e
quando conviene una moneta debole.


Prendiamo come
esempio
(1)
due
monete e le rispettive aree di circolazione: il dollaro, la moneta degli Stati
Uniti e l’Euro, che circola nei paesi europei che l’hanno adottato. Per
semplificare la spiegazione, al fine di far comprendere più facilmente i
concetti, poniamo che le due monete siano in rapporto di parità, ossia un
dollaro equivale ad un euro. Poi poniamo, che nel trascorso di un anno, l’euro
si rafforza, passando dall’iniziale parità ad un ipotetico rapporto di uno a
due, ossia per un euro occorrono due dollari e viceversa per un dollaro
è
sufficiente mezzo euro.


1.
I
vantaggi e gli svantaggi di una moneta forte


Un
cittadino europeo, che si recasse in Usa con in tasca gli euro avrebbe
l’impressione che tutto fosse più económico del 50%, rispetto ad un ipotetico
viaggio compiuto l’anno prima, quando vi era la parità. Anche i beni importati
dagli Usa apparirebbero estremamente convenienti, perchè in pratica costerebbero
la metà rispetto a quando vi era la parità. Dunque la moneta forte ha grossi
vantaggi quando si importa o quando ci si reca all’estero. Ovviamente ci sono
anche gli svantaggi.


Una
impresa europea che esporta i propri prodotti fuori dell’europa avrebbe seri
problemi con una moneta cosi forte: i suo prodotti costerebbero il doppio e di
conseguenza andrebbe probabilmente incontro ad una crisi. Chi acquistava quei
prodotti, magari decide di non acquistarli perchè diventati troppo cari, essendo
il prezzo raddoppiato. Per esempio un’auto europea del costo di 10.000 euro, che
al momento della parità euro-dollaro valeva 10.000 dollari, un anno dopo por
continuando ipoteticamente a costare 10.000 euro, in dollari il prezzo
diventerebbe 20.000; di conseguenza uno statunitense non sarebbe più tanto
propenso ad acquistare tale un proveniente dall’Europa. Con un euro così forte,
l’impresa europea esportatrice andrebbe incontro a dei
problemi.


2.
Gli
svantaggi ed i vantaggi di una moneta debole


Analizzando
l’altro lato, quello della moneta debole, ne risulterebbe un primo svantaggio
nel momento in cui si importano i prodotti. Di fronte ad una svalutazione del
100%, come nel caso dell’esempio, un prodotto che prima costava un euro, quindi
inizialmente un dollaro, dopo l’indebolimento (la svalutazione del 100%)
costerebbe due dollari. Per coloro che invece esportano all’estero un
indebolimento della moneta rappresenta un vantaggio. Ad esempio, il produttore
di auto che esporta le proprie auto in Europa avrebbe grandi vantaggi. Se il
prezzo dell’auto è ad esempio 10.000 dollari, al momento della parità con
l’euro, quell’auto sarebbe costata 10.000 euro; dopo la svalutazione, quell’auto
continua ipoteticamente a costare 10.000 dollari, ma quando l’auto arriva in
Europa i 10.000 dollari equivalgono adesso a 5.000 euro. Aumenterebbe
sicuramente la domanda di quell’auto. Risultato: per questa impresa
esportatrice, la svalutazione, ossia la moneta debole, è un
vantaggio.


3.
Meglio
una moneta forte o una moneta debole?


In
conclusione: meglio una moneta forte o una moneta debole? Dipende dalla
situazione del paese: un paese fortemente dipendente dall’estero, che quindi
importa molto, preferisce una moneta forte; al contrario se un paese è orientato
all’esportazione sicuramente preferisce una moneta debole.


La
realtà, ovviamente è molto piu complessa. Basti pensare al caso italiano: un
paese privo di materia prime, quindi è un forte importatore ed in questo caso
sarebbe conveniente una moneta forte; ma, dal’altro lato l’Italia è (o forse
sarebbe meglio dire era) un paese famoso nel mondo per il “made in Italy” che
appunto esporta (o esportava) in tutto il mondo prodotti dell’alta moda e
tecnología; inoltre, l’Italia è un paese dove il turismo ha una grossa
importanza. Di conseuguenza essendo un paese che vive di turismo e che esporta
molto, potrebbe essere più coveniente una moneta debole, per pter attirare
vistatori stranieri ed aumentare le esportazioni.


Nel
caso specifico dell’Italia le porte sono chiuse, in quanto ormai le decisioni
non spettano più all’Italia, ma all’Europa. Ovviamente l’essere entrati in
Europa ha comportato dei vantaggi, magari non per tutti. In ogni caso entrando
in Europa ha rinunciato alla possibilità di decidere autonomamente se adottare,
in base alle necessità, una moneta forte o debole.


A
parte il caso italiano (o di un qualsiasi altro paese che ha adottato l’euro),
altri paesi, come il Venezuela, hanno la possibilità di scegliere se adottare
una moneta forte o debole.


Come
abbiamo visto proprio per il caso italiano, invece di scegliere se adottare una
moneta forte o debole, sarebbo molto più conveniente avere allo stesso tempo una
moneta forte quando si importa e debole quando si esporta.


E’
possibile adottare una moneta forte ed allo stesso tempo una moneta debole? Il
caso venezuelano ci dice che è possibile.

Infatti, all’inizio di gennaio del 2010 il governo venezuelano ha adeguato il
valore della sua moneta a seconda delle necessità.


4.
La
situazione venezuelana


Il
Venezuela è un paese che si trova in una situazione particolare, la cui economia
è strettamente connessa alle materia prime, in particolare al petrolio, di cui
possiede la più grande riserva accertata del mondo: 314.000 milioni di barili
estraibili, un terzo di tutte le riserve petrolifere esistenti al mono, oltre ad
un altro milione di milioni di barili, che al momento, con la tecnología umana
esistente, non è possibile estrarre o non sarebbe conveniente, derivando un
costo di estrazione enormemente superiore a qualsaisi prezzo di mercato del
petrolio attualmente esistente.


In
sostanza il Venezuela è un paese esportatore di materia prime; allo stesso tempo
è un grande importatore di qualasi altro prodotto, in particolare dei prodotti
alimentari e di tutti quei beni di prima necessità, legati alla salute ed alla
medicina. L’opera del governo venezuelano in questi anni è stata finalizzata ad
incrementare la produzione locale, soprattutto in campo alimentare, e pur
riuscendo ad incrementarla, l’autosufficienza è ancora ben lontana e quindi
continua ad essere un paese importatore.


Fino
al 2008 aveva vissuto di grandi entrate economiche derivanti dall’esportazione
del petrolio (oltre 3 milioni di barili al giorno), che come è noto aveva
raggiunto prezzi altissimi, fino a 100/150 dollari al barile. Di conseguenza,
con quelle entrate non aveva problema ad importare il resto dei prodotti.


Nell’ultimo
trimestre del 2008, in seguito alla crisi economica mondiale, il prezzo del
petrolio inizia a scendere, fino a toccare nel 2009 i 30 dollari. Se la Opec, di
cui il Venezuela è uno dei principali paesi membri, non avesse deciso un
drastico taglio alla produzione, il prezzo sarebbe contnuato a scendere. Oggi,
grazie a quella decisione di tagliare drásticamente la produzione, il prezzo si
è stabilizzato attorno ai 70/80 dollari, che rappresenta pur sempra la metà del
prezzo che aveva raggiunto a metà 2008. La caduta del prezzo del petrolio ed il
forte taglio alla produzione (del 25%) necessario a stabilizzare il prezzo hanno
determinato per il Venezuela grosse riduzioni in termini di entrate
valutarie.


Il
governo ha risolto il problema adeguando il prezzo della sua moneta alle proprie
necessità. Fino al 7 gennaio, come visto, il cambio del bolívar col dollaro era
fissato a 2,15. A partire da quella data ha fissato il cambio per i prodotti di
prima necessità (settore agricolo, alimentare, salute e pensioni) a 2,60, ossia
ha svalutato la propia moneta del 20% circa. Allo stesso tempo ha introdotto
quello che ha chiamato il “dollaro petrolífero”, il cui cambio è stato fissato a
4,30, ossia rispetto al cambio anteriore, in questo caso il bolívar si è
svalutato del 100%. Tale cambio si aplica per i prodotti petroliferi ed in
genere per tutte le materi prime di cui il Venezuela è grande esportatore, olte
ai prodotti che non rientrano tra quelli di prima necessità (per esempio le
auto).


5.
I
benefici di questa política monetaria


Dopo
questo adeguamento, per ogni dollaro che entra quale conseguenza della vendita
del petrolio, incassa 4,30 bolivares; per ogni dollaro necessario ad acquistare
all’estero prodotti di prima necessità sborsa 2,60 bolivares. Si intuisce
l’enorme beneficio. Grazie a questo adeguamento, sono raddoppiati gli ingressi
in bolívares. Con questa quantità di soldi che si ritrova in più ha potuto
adottare una serie di strumenti atti, da un lato ad acquistare maggiori prodotti
di prima necessità, dall’altro ad aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori,
sostanzialemnte aumentando gli stipendi.


Il
salario minimo, il cui importo è stabilito per legge, è stato aumentato per
quest’anno del 25%; i salari delle altre categoirie sono stati adeguati in
maniera differente e comuqnue superiore a quello del salario minimo. Ad esempio
il salario dei medici è stato aumentato del 40%. A proposito dello stipendio dei
medici, proprio grazie a questi introiti extra, è stato finalmente possibile
eliminare le disparità esistenti tra i vari medici, che prendevano uno stipendio
differente a seconda che lavorassero in ospedale, o in ambulatorio, in città, o
in campagna, ecc… Si sono eliminate queste differenze e lo stipendio è stato
uniformato allo stipendio più alto esistente nella categoria. Dunque, lo
stipendio della categoría medica che prendeva il salario più alto è stato
aumentato del 40%; lo stipendio del medico che non rientrava in quella
categorie, ha visto aumentare gli ingressi fino al 100%. Altro esempio: i
lavoratori del settore educativo probabilmente vedranno aumentarsi lo stipendio
del 30%.


Il
salario minimo in Venezuela, a cui è agganciata anche la pensione sociale, è
oggi il più alto in assoluto in America Latina: sfiora i 500 $; a questa somma
vanno aggiunti altri benefici: i buoni alimentazione; l’equivalente della nostra
tredicesima, pagata a Natale, che per i lavoratori a salario minimo equvale a
due mensilità extra, per gli altri lavoratori varia in funzione dell’anzianità;
ad agosto è previsto un buono per le vacanze, equivalente a due mensilità extra.
In sostanza un lavoratore con stipendio minimo ed i pensionati sociali al
minimo, hanno uno stipendio annuo non inferiore ai 10.000 dollari, al cambio di
2,60 bolivares per dollaro. Negli ultimi dieci anni l’aumento del salario minimo
è stato del 500%, praticamente doppio rispetto al costo della vita,
all’inflazione registrata nello stesso periodo.


Oltre
ai benefici diretti derivanti dagli aumenti salariali, in questi anni sono
intervenuti altri benefici per i lavoratori: la gratuità dell’assistenza medica
e la gratuità dell’educazione, fino ai massimi livelli di studio, ossia
all’università ed agli studi post-universitari. Anteriormente era tutto a
pagamento e le classi più povere erano totalmente escluse. Alla fine dello
scorso decenio, in Venezuela il 70% della popolazione viveva in stato di
povertà; ed il 35% versava nella miseria estrema. Oggi la miseria estrema è
quasi del tutto scomparsa e la povertà è stata ridotta fortemente e
probabilmente molto presto sarà solo un ricordo del
passato.


6.
La
lotta all’inflazione ed alla speculazione


Lapolitca
monetaria adottata ultimamente, che dunque prevede un bolívar più forte per le
importazioni ed un bolívar piu debole per le esportazioni ha anche un’altra
finalità: combattere l’inflazione.


Con
l’avvento dell’attuale governo di Hugo Chavez, nel 1999, l’inflazione è
progresivamente scesa. In Venezuela l’inflazone si aggirava attorno al 100% ed
in alcuni anni è stata anche superiore al 100%, come nel 1996; oggi è attorno al
20%, ma è un valore ancora troppo alto.


Se
in precedenza l’inflazione era dovura a scarsità di beni, quindi lo scarseggiare
dei beni sul mercato faceva aumentare enormemente il prezzo, oggi la situazione
è profondamente cambiata e la causa dell’inflazione è sostanzialemente la
speculazione.


Dato
che l’importazione dei beni è nelle mani di una ristretta cerchia di imprese e
famiglie, queste decidono il prezzo al di fuori di ogni logica di mercato. Un
piccolo esempio. Un’auto importata, ad esempio un modelo Ford del valore di
10.000 dollari, viene immessa sul mercato venezuelano ad un prezzo triplo; un TV
LCD 32 pollici, marca Philipps,
in Italia venduto a circa 350 euro,
con IVA al 20%, in Venezuela prima della svalutazione di gennaio era venduto a
non meno di 4.500 bolivares, pari a circa 1.500 euro, pur in presenza di una IVA
al 12%.


Sul
mercato venezuelano, se un bene è considerato di lusso, indipendentemente dal
suo valore reale, i venditori gli applicano il prezzo che vogliono. E’ il caso
del vino o del panettone. Una bottiglia di normalissimo vino da tavola venduto
in Italia al supermercato ad uno o massimo due euro al litro, in Venezuela,
essendo il vino prodotto di lusso, quella stessa bottiglia è venduto a non meno
di 50 euro. Il prezzo non è dovuto ai costi di trasporto o eventuali
tasse.


Un
panettone, altro prodotto considerato in Venezuela di lusso, durante le ultime
festività di Natale (quando il cambio bolívar-dollaro era ancora a 2,15) al duty
free dell’aereoporto di Caracas (prezzo senza IVA) era venduto da 3 a 10 euro,
secondo la marca, con il prezzo più alto spettante al “Tre Marie” ed il “Motta”,
come più económico. Fuori l’aereoporto, in virtù della speculazione, il prezzo
poteva arrivare fino a 60 euro! Presso il negozio “Dulcinea”, zona Candelaria a
Caracas, un panettone “Tre Marie” era venduto a 180 bolivares, quasi 60
euro!


Altro
aspetto esclusivo del mercato venezuelano riguarda l’adeguamento del prezzo di
un prodotto locale a quello dell’equivalente importato, ossia la speculazione è
tale che finisce per coinvolgere anche i prodotti locali. La nutella, ad
esempio, prodotto importato ed immesso sul mercato venezuelano ad un prezzo non
inferiore ai 9/10 Euro (nel mese di dicembre, prima della nuova política
monetaria la confezione da 350 grammi era reperibile a 28/30 bolivares), ha un
corrispondente prodotto venezuelano, il cui prezzo si suppone notevolmente
inferiore, dato che la Ferrero, produttrice della nutella importa il cacao
proprio dal Venezuela, ha dei costi di produzione notevolmente più alti (energía
e mano d’opera italiana sono più alti rispetto a quelli venezuelani), a cui si
aggiunge il trasporto transoeceanico del prodotto fnito. In conclusione il
prezzo del prodotto locale che dovrebbe essere notevolmente inferiore finisce
per essere lo stesso, se non superiore al prezzo del prodotto
importato!


La
speculazione, però, ha finito per coinvolgere non solo i prodotti importati, ma
anche quelli nazionali e di primissima necessità, i cui prezzi vengono
arbitrariamente aumentati.


Uno
dei prodotti alimentari tipici del Venezuela è l’arepa, una sorta di panino
fatto con farina di mais e riempito a gusto, ossia come meglio piace, dal
formaggio, alla carne, ai frutti di mare.


In
alcuni negozi, una arepa era arrivata a costare fino a 40 bolivares ed il prezzo
medio non era mai inferiore ai 20/25 bolivares. Considerando che con un chilo di
farina di mais, costo 2,7 bolivares se ne fanno una decina di arepe da 100
grammi ognuna e che se farcita con 50 grammi di formaggio o prosciutto ha un
costo vivo inferiore ai 3 bolivares; si intuisce chiaramente l’enorme
speculazione.


Il governo grazie
alla politica monetaria, adottata a partire da gennaio, ha deciso di intervenire
contro la speculazione. Nessuna misura repressiva, nessuna nuova legge; la lotta
alla speculazione sarà condotta sulla base delle leggi di mercato. Grazie al
surplus generato dalla manovra della política monetaria è intervenuto sul
mercato aumentando i punti vendita dei prodotti di prima necessità, venduti
direttamente dallo stato a prezzo controllato.


Grazie
all’acquisizione di una catena di supermercati, denominata “Éxito”, dove si
vende di tutto, dai prodotti alimentari, agli elettrodomestici e mobili, che si
aggiunge alle due catene statali già esistenti, “Mercal” e “Pdval”, si sta
costruendo un’ampia rete di negozi denominati “Bicentenario”, capillarmente
distribuiti sul territorio nazionale, comprese le baraccopoli. Specifichiamo che
questa catena di negozi “Éxito” è stata espropriata, comunque dietro lauta
compensazione, perchè gestita con criteri che definiré mafiosi è
poco.


Intanto
i proprietari di un’altra estesa e nota catena di supermercati (CADA), a
capitale straniero, hanno offerto al governo la vendita della propra rete. Se
anche questa rete dovesse essere inglobata, il venezuelano disporrebbe della più
ampia rete di distribuzione a prezzi controllati.


In aggiunta,
sempre nel settore alimentare, il governo sta aprendo una catena di negozi
denominati “Arepera socialista”, una sorta di McDonalds venezuelano a capitale
statale, in cui l’arepa è venduta a 5 bolívares. Il primo di questi negozi, è
stato aperto in pieno centro di Caracas, con orario di apertura dalle sette di
mattina alle sette di será.


Questo
primo negozio ha avuto l’effetto inmediato di attirare migliaia di clienti. I
ristoranti della zona che vendevano il piatto di pasta a 10/15 euro, le arepere
che vendevano le arepe a 4/5 euro, le pizzerie che vendevano pizza a non meno di
10/15 euro (tutti prezzi fortemente superiori a qualsasi possibile prezzo
giusto) per cercare di arginare la concorrenza dell’arepera hanno immediatamente
smesso di aumentare i prezzi e per attiarre i clienti hanno cominciato a tirare
fuori i menú a prezzo fisso attorno a 5/10 euro. La lotta alla speculazione sta
avvenendo sul piano delle leggi di mercato: lo stato apre negozi dove vende i
prodotti ad un prezzo giusto, senza rimetterci, finendo per costringere gli
altri operatori presenti sul mercato ad adeguarsi, proponendo prezzi più
giusti.


7.
L’assalto
ai negozi


Nel
momento in cui si annunciava pubblicamente la monovra che adeguava il cambio del
bolívar, i negozi, soprattutto del settore elettrodomestici, venivano
letteralmente presi d’asalto dal pubblico, convinto che l’indomani tutti i
prezzi sarebbero aumentati del 100% ed oltre; e di fatto i commercianti, la será
stessa dell’annuncio della manovra, stavano inziando a rimarcare i prezzi. Sia
per motivi di ordine pubblico, sia per impedire che i negozianti disonesti
rimarcassero i prezzi dei prodotti, la cui pratica è proibita per legge, è
dovuto intervenuto l’esercito: davanti ad ognuno di questi negozi erano presenti
uno o più militari a preservare l’ordine pubblico.


Dopo
l’assalto inziale e lo svuotamento dei negozi, a circa tre mesi di distanza
dell’entrata in vigore della manovra, i prezzi dei prodotti che avrebbero dovuto
aumentare non mostrano segni apprezzabili di aumento. Anzi, in virtù dei più
stretti controlli sugli importatori a cui lo stato fornisce i dollari al cambio
previsto di 4,30, alcuni prodotti mostrano prezzi in calo. Il TV 32 pollici
venduto prima di gennaio a 4.500 Bolivares, equivalenti a 1.500 euro al cambio
anteriore, oggi costa anche meno di 4.000, ossia al cambio uffciale di circa sei
bolivares per euro, costa oggi 700 euro; ancora troppo rispetto ai prezzi
italiani ed occidentali, ma meno rispetto a due mesi fa.


Il
governo, dunque, entrando direttamente nella distrubuzione dei prodotti,
soprattutto alimentari e di prima necessità sta facendo concorrenza ai
distrubutori tradizionali che aumentavano il prezzo a loro discrezione. Ciö è
stato possibile grazie a questo surplus di introiti generato dall’adozione di
una política monetaria che introduce una valuta nazionale debole per le
esportazioni ed una moneta forte per le importazioni.


8.
A
chi giova la manovra?


In
sostanza, questa política monetaria favorisce soprattutto le esportazioni, ma
anche le importazioni dei beni di prima necessità e scoraggia le importazioni
dei beni che non rietrano tra quelli essenziali.


In
realtà, il Venezuela è un paese che vive dell’esportazione di materie prime, a
partire dal petrolio; le materie prime, però, sono tutte in mano statale ed il
prezzo di tali prodotti è in dollari e dipende da ben altre variabili. Oltre il
90% delle esportazioni del Venezuela è di natura statale. Questa manovra, che
potrà anche favorire una nascente industria privata esportatrice di altri
prodotti, al momento favorisce soprattutto lo stato, che si ritova a gestire un
surplus di denaro.


Indirettamente,
favorisce soprattutto le classi più povere, in quanto come descritto sopra,
stanno ottenendo benefici di varia natura: aumento dei salari e diminuzione
dell’inflazione, attraverso la lotta alla speculazione.


Anche
le classi medie ed alte ovviamente godono di questi stessi benefici a livello
interno. Invece, chi effettua viaggia all’estero, o è abituato a comprare
all’estero, magari tramite Internet, è penalizzato. Mentre sulle classi ricche,
una ristretta minoranza, alla fine un aumento anche del 100% non incide molto,
chi realmente è penalizzato è quella fascia di classe media abituata a viaggiare
all’estero, una o più volte all’anno.


In
ogni caso anche se il costo di un viaggio all’estero è raddoppiato, in realtà
questo aumento è compensato dai benefici che gode internamente grazie
all’aumento dei salari, alla riduzione dell’inflazione ed all’incremento dei
servizi gratuiti (educazione e
sanità).

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