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Messaggio Da albertico il Gio 28 Mar 2013 - 15:12

Trattengo il respiro. Adesso tocca a me parlare. Racconto gli atti di ripudio, le detenzioni arbitrarie, le pratiche diffamatorie per distruggere le reputazioni. Parlo di una nazione che sale a bordo di una zattera per attraversare lo stretto della Florida. Narro di famiglie divise, di intolleranza, di un paese dove il potere si eredita per diritto di sangue e di figli che sognano soltanto la fuga. Appena ho finito il mio discorso mi tocca sentire le solite frasi udite migliaia di volte. Ascolto le prime parole e so già dove andranno a parare: “ma voi non potete lamentarvi, avete la migliore educazione del continente”… “sì, sarà così, ma non potete negare che Cuba da mezzo secolo tiene testa agli Stati Uniti”, “bene, non avete libertà, ma non vi manca la salute pubblica”…e via con un lungo repertorio fatto di stereotipi e di false conclusioni estrapolate dalla propaganda ufficiale. La comunicazione si interrompe, lascia il posto al mito.

Un mito alimentato da cinque decenni di deformazione della nostra storia nazionale. Un mito irragionevole che si basa sulla cieca convinzione; che non accetta spiriti critici, pretende solo adepti. Un mito che rende impossibile che tanti ci comprendano, che si sintonizzino con i nostri problemi. Un mito che riesce a far sembrare positivo per la nostra nazione ciò che nessuno accetterebbe mai nel proprio paese. Un mito capace di far venir meno la normale simpatia che ogni essere umano prova per la vittima. Un mito che ci soffoca con una forza maggiore del totalitarismo sotto il quale viviamo.
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Re: chapeau

Messaggio Da mosquito il Ven 29 Mar 2013 - 1:48

verdad que kuba es "mitica" sotto tanti aspetti..quello politico sigue come si puo' notare..
http://www.lastampa.it/2013/03/27/blogs/generacion-y/il-mito-QwIXx7RdvoexGyutzK6hwO/pagina.html?wtrk=cpc.social.Twitter

ma mettiamo ben l'articolo completo no albert?
O estas miedoso de la Arco?

Fa freddo a L’Aia. Dalla finestra vedo un gabbiano che ha trovato un pezzo di biscotto lanciato sul marciapiede. Nel caldo rifugio di un bar diversi attivisti parlano delle loro rispettive realtà. Da un lato del tavolino un giornalista messicano spiega quanto sia rischioso fare il reporter in una realtà dove le parole si possono pagare con la vita. Tutti ascoltiamo in silenzio, immaginando la redazione di notizie in mezzo a una sparatoria, i colleghi sequestrati o assassinati, l’impunità. Quando interviene un giornalista del Saharawi le sue parole producono lo stesso effetto della sabbia negli occhi: diventano rossi e affiorano le lacrime. Anche gli aneddoti narrati dal nord coreano mi fanno commuovere. È nato in un campo di prigionia dal quale è riuscito a fuggire solo quando aveva 14 anni. Seguo ogni storia, vivo tutto sulla mia pelle. Nonostante le diversità culturali e geografiche, il dolore resta tale a ogni latitudine. In pochi minuti passo da una sparatoria in una manifestazione a una tenda nel deserto per finire con il corpo di un bambino imprigionato da un recinto di filo spinato. Riesco a mettermi nei panni di ognuno di loro.

Trattengo il respiro. Adesso tocca a me parlare. Racconto gli atti di ripudio, le detenzioni arbitrarie, le pratiche diffamatorie per distruggere le reputazioni. Parlo di una nazione che sale a bordo di una zattera per attraversare lo stretto della Florida. Narro di famiglie divise, di intolleranza, di un paese dove il potere si eredita per diritto di sangue e di figli che sognano soltanto la fuga. Appena ho finito il mio discorso mi tocca sentire le solite frasi udite migliaia di volte. Ascolto le prime parole e so già dove andranno a parare: “ma voi non potete lamentarvi, avete la migliore educazione del continente”… “sì, sarà così, ma non potete negare che Cuba da mezzo secolo tiene testa agli Stati Uniti”, “bene, non avete libertà, ma non vi manca la salute pubblica”…e via con un lungo repertorio fatto di stereotipi e di false conclusioni estrapolate dalla propaganda ufficiale. La comunicazione si interrompe, lascia il posto al mito.

Un mito alimentato da cinque decenni di deformazione della nostra storia nazionale. Un mito irragionevole che si basa sulla cieca convinzione; che non accetta spiriti critici, pretende solo adepti. Un mito che rende impossibile che tanti ci comprendano, che si sintonizzino con i nostri problemi. Un mito che riesce a far sembrare positivo per la nostra nazione ciò che nessuno accetterebbe mai nel proprio paese. Un mito capace di far venir meno la normale simpatia che ogni essere umano prova per la vittima. Un mito che ci soffoca con una forza maggiore del totalitarismo sotto il quale viviamo.

Il gabbiano si porta via il suo pezzo di dolce nel becco. Al tavolino si torna a parlare di Africa del Nord e Messico. Non ha più senso spiegare la mia Isola. A che serve, se tutti sembrano sapere ogni cosa di noi, anche se non hanno mai vissuto a Cuba? Mi commuovo ancora ascoltando la cruda vita dei miei colleghi attivisti, mi metto di nuovo al loro posto. Ma chi si mette nei nostri panni? Chi cerca di distruggere quel mito che ci sta soffocando?

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Re: chapeau

Messaggio Da mosquito il Ven 29 Mar 2013 - 1:52

la Stampa poi lo riporta dal blog del Pais..study

http://blogs.elpais.com/cuba-libre/

Hace frío en La Haya. Por la ventana se ve a una gaviota que ha encontrado un trozo de galleta tirado en la acera. En el cálido local de un bar varios activistas hablan de sus respectivas realidades. Desde una esquina de la mesa un periodista mexicano explica el riesgo de ejercer la profesión de informador en una realidad donde las palabras se pueden pagar con la vida. Todos escuchamos en silencio, imaginando la redacción de noticias baleada, los colegas secuestrados o asesinados, la impunidad. Después interviene el saharaui y sus palabras son como arena que se mete en los ojos, los enrojece y hace que las lágrimas afloren. También las anécdotas del norcoreano me estremecen. Nació en un campo de prisioneros del cual pudo escapar a los 14 años. Sigo cada una de esas historias, puedo vivirlas. Amén de las culturas y la geografía el dolor es dolor en cualquier parte. En pocos minutos paso de estar en medio de un tiroteo entre cárteles a una tienda en el desierto y después al cuerpo de un niño tras las alambradas. Logro ponerme en la piel de todos ellos.
Aguanto la respiración. Me llega el turno de hablar. Cuento de los actos de repudio, las detenciones arbitrarias, los fusilamientos de la reputación y de una nación en balsa que cruza el estrecho de La Florida. Les hablo de las familias divididas, de la intolerancia, de un país donde el poder se hereda por vía sanguínea y nuestros hijos centran sus sueños en escapar. Y entonces llegan todas esas frases que he oído cientos, miles de veces. Nada más decir las primeras palabras ya sé por dónde vienen: "pero ustedes no pueden quejarse, tienen la mejor educación del continente"... "sí, será así, pero no puedes negar que Cuba se ha enfrentado a Estados Unidos por medio siglo", "bueno no tienen libertad, pero salud pública no les falta"... y un largo repertorio más de estereotipos y falsas conclusiones sacadas de la propaganda oficial. La comunicación se ha roto, el mito se ha impuesto.
Un mito alimentado por cinco décadas de distorsión de nuestra historia nacional. Un mito que ya no apela a la razón, sino a la creencia ciega; que no acepta críticos, solo adeptos. Un mito que hace imposible que tantos nos entiendan, que se sintonicen con nuestros problemas. Un mito que ha logrado que a muchos les parezca bien para nuestra nación lo que nunca aceptarían para la suya. Un mito que ha roto el canal de la normal simpatía que genera en cualquier ser humano la víctima. Un mito que nos tiene atrapados con más fuerza que este totalitarismo bajo el que vivimos.
La gaviota se lleva su pedazo de dulce en el pico. En la mesa se vuelve a hablar de África del Norte y de México. Pierde sentido explicarles mi Isla. Para qué, si todo el mundo parece saberlo todo de nosotros, incluso sin nunca haber vivido en Cuba. Me estremezco de nuevo al escuchar la cruda vida de esos activistas, me coloco en su lugar otra vez. ¿Y quién se pone en el nuestro? ¿Quién deshace este mito en el que estamos atrapados?

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Re: chapeau

Messaggio Da albertico il Ven 29 Mar 2013 - 8:19

Eh eh eh, hai ragione, paura della arco? figurati, mica siamo a Cuba o in corea del nord...
Il fatto è che detesto il modo di scrivere della bloguera pasionaria, quando leggo di Gaviote con un pezzo di pane nel becco la mia reazione è quella di non continuare a leggere o di censurare.
Salutoni

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Nadie sabes las vueltas que nos tiene preparadas el destino

Si los Estados Unidos pretenden con estos cambios que Cuba regrese al capitalismo y regrese a ser un Pais servil a los intereses egemonicos de los grupos economicamente mas poderoso de los Estados Unidos, deben estar sonando (Mariela Castro Espin  20 de Diciembre 2014)


Malgrado certi titoli enfatici e scorretti in Italia (ma che fine hanno fatto le scuole e i manuali del buon giornalismo?) l’embargo Usa non è caduto contro Cuba. Tocca al Congresso –a maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato- eliminarlo, e l’azione del Presidente per ora apre solo la strada.

TITI,
NO TE ESTOY PRESIONANDO SOLO QUE DEBES ESTAR MUY SEGURO DE TOMAR UNA DESICION.
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