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Wikileaks e le relazioni pericolose tra Usa, Cuba e Venezuela

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Wikileaks e le relazioni pericolose tra Usa, Cuba e Venezuela

Messaggio Da arcoiris il Mer 17 Apr 2013 - 10:38





La politica americana verso il Sud del continente è ottusamente ferma a 40 anni fa. I cable confermano. E raccontano di tante storie inedite e sconosciute ai più

Sembra che gli Stati Uniti verso alcuni paesi sudamericani applichino a memoria istruzioni che non cambiano mai, nemmeno dopo mezzo secolo.

UNA LUNGA TRACCIA - C’è un filo facilmente riconoscibile che lega senza soluzione di continuità la politica di Washington verso Cuba e Venezuela, in particolare nei confronti dell’ipotesi che i due paesi coltivino buoni rapporti tra loro, ma come dimostra la storia tale politica è stata assolutamente fallimentare, al punto di produrre un’alleanza come quella vista all’opera negli ultimi anni tra Castro e Chavez. Nonostante tutto dal confronto dei cable dall’ambasciata di Caracas nel 2006 con quelli degli anni ’70 vien da chiedersi se gli ufficiali e i diplomatici americani di oggi siano al corrente di quello che hanno fatto i loro predecessori.







GUARDANDO DENTRO I LEAKS - È ad esempio di un candore disarmante il cablecon il quale dall’ambasciata di Caracas si dicono molestati da un aumento dei controlli venezuelani sul personale e sui bagagli diplomatici da e per il paese, addirittura sospettano di essere vittime di una campagna di “molestie” e la denunciano al punto che si fa l’ipotesi di richiedere l’invio di uno specialista, consulente in situazioni delicate. Eppure, a distanza di pochi click, tra i materiali dell’era Kissinger è facile ritrovare la dimostrazione di una paranoia irrazionale e di una storia che ha visto Washington spendere gli ultimi 40 anni nel tentare d’imporre a Caracas un governo ostile a Cuba o quantomeno non ostile alla politica americana d’isolamento di Cuba. Proprio nel 1973 Kissinger va su tutte le furie perché teme che Caracas possa influenzare l’Organizzazione degli Stati Americani a ristabilire i rapporti con Cuba, vista anche la novità rappresentata da scambi di zucchero cubano con riso venezuelano. All’epoca in Venezuela, e fino alla comparsa di Chavez, c’era un bipolarismo complice e corrotto tra il Comitato de Organizzazione Politica Elettorale Indipendente (COPEI) e l’Azione Democratica (AD).

L’IDEA MERAVIGLIOSA - Con l’idea di punire il COPEI, gli americani e la potente comunità cubana in esilio sostennero l’AD, proiettando al potere Carlos Andrés Pérez, che per un singolare contrappasso nazionalizzò le compagnie petrolifere americane e intraprese un programma d’ingenti spese sociali. La crisi energetica rese ancora più forte la posizione del Venezuela, con Perez che andò a Mosca e firmò un contratto per la fornitura di petrolio a Castro, oltre a prendere la decisione di mettere all’ordine del giorno la questione della rimozione delle sanzioni a Cuba, anche se grazie alle pressioni americane non riuscirà poi ad ottenere i voti necessari nel 1974. Nell’ottobre del 1976 c’è poi l’attentato al volo Cubana 455 nel quale perdono la vita 73 persone, tra le quali l’intera squadra giovanile cubana di scherma. A portarlo a compimento è Luis Posada Carriles, esule cubano che fino a giugno ha lavorato per la CIA proprio in Venezuela. E che ancora oggi vive libero negli Stati Uniti dopo essere stato aiutato nell’evasione dalle carceri venezuelane negli anni ’80 e protetto dalle richieste d’estradizione di Cuba e Venezuela per gli oltre vent’anni a venire, anche se Washington negherà sempre di aver avuto a che fare con l’attentato.

VOLTA LA CARTA - Perez tornerà al potere nel 1988, con una piattaforma del tutto diversa, sdraiata sulle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale e incline alle privatizzazioni selvagge, resisterà anche a un tentativo di golpe grazie al sostegno degli americani, diretto nel 1992 da Hugo Chavez, poi concluderà ingloriosamente la sua carriera in fuga dal carcere, sepolto da accuse di corruzione e costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti, che ovviamente gli hanno concesso asilo. Lo stesso Chavez che nel 1998 va al potere proprio criticando le politiche di Perez e del suo successore e, per ironia della storia, ripercorre esattamente la piattaforma del primo governo Perez degli anni ’70. L’avvento di Chavez rompe il dualismo tra AD e COPEI, destinati al declino e avanza una piattaforma che prima che bolivariana sarà decisamente nazionalista, a far leva sui sentimenti di un popolo che per decenni ha toccato con mano l’ingerenza nefasta del potente vicino del Nord, che nel mezzo ha pure organizzato e sostenuto un golpe contro Chavez.

IL GOLPE FALLITO - Un golpe del quale si sa tutto, la televisione venezuelana ha trasmesso la storica registrazione di una telefonata tra Ortega e l’ex presidente Carlos Andrés Pérez nella quale questi diceva a Ortega ( presidente di Fedecamara) di organizzare uno sciopero generale e di portarlo alle estreme conseguenze. Lo sciopero, con il coinvolgimento della Conferenza Episcopale, dei media e della Confindustria locale degenererà presto in violenza, spingendo Chavez a consegnarsi ai golpisti. Dice Wikipedia:

“Il 12 aprile fu data la notizia del ritiro di Chávez e subito dopo Carmona Estanga si autoproclamò presidente del Venezuela. Il Parlamento in carica fu sciolto, furono destituiti tutti gli altri poteri, fu dichiarato l’abbandono dell’OPEC da parte del Venezuela, fu ripristinata la vecchia costituzione e dal nome ufficiale della nazione venne cancellata la parola “Bolívariana”. Immediatamente gli Stati Uniti si affrettarono a riconoscere il nuovo governo, seguiti a breve intervallo dalla Spagna, dove il quotidiano El País, legato tramite il gruppo “Prisa” ad alcuni media venezuelani, giustificò il colpo di Stato. I media venezuelani ebbero un ruolo determinante sia nell’organizzazione che nell’esecuzione del golpe e dato che tutti erano convinti della sua definitiva riuscita, si sbilanciarono in interviste, trasmesse su tutte le reti, dove parlavano del lavoro organizzativo dei militari e civili artefici dell’evento”.

LA SCONFITTA - Il 14 aprile il colpo di scena, Chavez veniva liberato e ritornava al potere grazie alla spinta di un enorme sostegno popolare e del grosso dell’esercito, rimastogli fedele:

“Nella notte del 13 aprile l’allora vescovo di Caracas, Antonio Ignacio Velasco García, fu inviato all’isola La Orchila con un jet privato probabilmente di proprietà dei Cisneros, dove avrebbe dovuto convincere Chávez a firmare la rinuncia e partire con lo stesso jet verso un’ignota destinazione, forse Cuba. Durante l’incontro arrivarono tre elicotteri per riportare Chávez a Miraflores”.

NON CAMBIARE MAI - Inutile dire che l’ostilità di Chavez e di molti venezuelani all’evidente ingerenza di stampo coloniale ed eversivo di paesi come Stati Uniti e Spagna è andata aumentando, l’evidenza del golpe ha convinto e indignato tutti quelli che per non avevano privilegi di classe o rendite di posizione da difendere. Così Chavez ha continuato a trionfare alle elezioni e persino il suo erede Maduro, apparentemente non all’altezza del defunto leader, ha potuto vincere il confronto con Capriles grazie al fondato timore che alberga in tutti i venezuelani meno che abbienti di vedere di nuovo il paese preda di queste sfrontate e nefaste ingerenze. Ingerenze che a parti inverse sarebbero denunciate con grande fragore e offesa, ma che persino i diplomatici americani rimuovono dai loro discorsi, quasi che deviare dalla propaganda o mostrare il minimo accenno critico a politiche chiaramente fallimentari, sia atteggiamento da auto-censurare per non compromettere la carriera o per non ingenerare sospetti d’inaffidabilità. Al di là della dimostrazione dell’autolesionismo di tali politiche, il dato interessante da rilevare è che in un lasso di tempo che abbraccia praticamente mezzo secolo, non è cambiato nemmeno il tono delle comunicazioni tra l’ambasciata di Caracas e Washington, nonostante nel frattempo sia finita al Guerra Fredda e nonostante la stessa politica abbia alienato a Washington la simpatia di quasi tutti i governi del Sudamerica, che al pari persino di Cuba, non hanno mai smesso d’aspirare a normali e leali relazioni con gli Stati Uniti.

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